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Non finito, opera interrotta... Difficile delimitarne il significato, trovare una definizione univoca, circoscrivere il tema, distinguere quanto rinvia al caso, quanto all’intenzionalità, e, relativamente alla fruizione, al gusto, allo spirito dei tempi. Certo è che pochi ‘generi’ e/o poche declinazioni hanno come il non finito bisogno di ciò che è esterno all’opera e che in qualche modo la completa, salvandola dall’oblio per collocarla anzi in posizione privilegiata per l’innegabile sintonia con la nostra inquieta modernità. Non stupisce che in letteratura (a parte l’ultima opera) siano naturaliter ‘sospesi’ gli epistolari, i diari, le cronache della malattia o della sofferenza, e che il destino dell’incompiutezza accompagni quegli scritti che rinviano a grumi irrisolti, traumi nascosti, taciute malinconie. Né che, dettata da scelta o da gradi diversi/distinti di incapacità, la tentazione del non finito, del non finire, insegua, incalzi, illuda... Ce ne parlano le scritture del privato, ma anche gli abbozzi, i progetti, i brogliacci, le carte che testimoniano il lungo cammino che l’opera impiega per arrivare alla sua forma. Le riflessioni e gli esempi possibili, a voler tracciare un percorso compiuto, potrebbero dare luogo ad un’enciclopedia. Ma non è questo il compito del libro, ricco e suggestivo, ideato e curato da Anna Dolfi, inscritto non a caso - come pretende il suo stesso oggetto di studio - all’insegna dell’incompiuto, del non finibile. Qui, sulla base delle competenze dei collaboratori, ad apparire in primo piano sono Leonardo ed Ariosto, Füssli e Blake, Sthendhal e Dossi, D’Annunzio e Micheltaedter, Svevo e Gadda, Kafka e Beckett, Borges e la Sarraute, Pavese e Bilenchi, Dessí e la Morante, Landolfi e Manganelli, Caproni e Zanzotto, Gaddis, Veronesi, Mazzetti, gli sconosciuti scriventi affetti da ‘cancroregina, l’ultimo Pirandello messo in scena da Tiezzi, il Fellini dell’impossibile Mastorna... Mentre al centro del volume una sezione riproduce le pagine del dattiloscritto ed i quaderni di appunti di/per La scelta di Giuseppe Dessí, a lasciare aperta, come nei casi del genere, la ridda delle interpretazioni che si sposta dalla pagina allo spazio bianco, con quel che comporta, dal momento che tutto si colloca ormai ai margini della chambre claire.
letteratura cinema opera interrotta modernità
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