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“Gli animali si sfamano, l’uomo mangia, solo l’uomo d’ingegno sa mangiare”, scriveva nel 1825 Jean Anthelme Brillat-Savarin, fondatore della scienza gastronomica, nella sua Physiologie du goût, indicando nel ‘saper magiare’, ovvero nel gustare e nella capacità di apprezzare i sapori un tratto della nostra umanità. Questa massima sarebbe già sufficiente per fare a pezzi il luogo comune che da una parte assimila le attività legate al palato (mangiare, bere, degustare, cucinare) a temi frivoli ed estranei al sapere astratto e ‘disincarnato’ della filosofia, e dall’altra considera il gusto al pari dell’olfatto, un senso minore, il più carnale e il più soggettivo e perciò il più distante dalla conoscenza. D’altra parte i filosofi non hanno mai nascosto un certo snobismo nei confronti della corporeità. Nonostante la sua esclusione dall’indagine teoretica e dal dibattito epistemologico sulla percezione sensoriale anche per la sua eccessiva compromissione con il corpo e con l’affettività, il gusto, il senso collocato nella bocca e preposto alla scelta degli alimenti, al riconoscimento e alla valutazione dei sapori dei cibi e delle bevande, nella nostra vita quotidiana riesce tuttavia a creare un equilibrio talmente perfetto tra necessità, piacere e conoscenza da motivare a nostro avviso la sua elezione a oggetto d’interesse filosofico. Questo saggio intende sottolineare il valore intellettuale e culturale del gusto per restituire dignità a un pezzo della nostra conoscenza sensibile, riconoscendo il contributo che ciascun dispositivo sensoriale sa apportare alla conoscenza della realtà con un accento suo proprio, pur entro un’ineliminabile ‘concertazione’ sinestetica.
gustare; parlare; percezione del sapore; cognizione; convivialità
gustare; parlare; percezione del sapore; cognizione; convivialità
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