
Questo studio propone una lettura della “contraddizione C” a partire dal lessico severiniano dell’apparire, del destino e della finitezza dell’apparire degli essenti nell’apparire. La C non viene interpretata come semplice limite del linguaggio, ma come punto in cui il regime sequenziale mostra la propria non-autosufficienza. Finito, non-comparizione e oltrepassamento vengono ricondotti a differenze di regime del medesimo referente, senza introdurre separazione reale, esterno reale o secondo referente. In questa prospettiva, il destino nomina il vincolo per cui ciò che appare finitamente non può essere pensato come sottrazione reale dell’essente.
