
La Open Science (ora che abbiamo un lasso di tempo sufficiente da osservare alle spalle), lungi dall’essere una semplice innovazione tecnica o un insieme di buone pratiche, costituisce un campo di tensione in cui si riflettono le contraddizioni dei sistemi pubblici della conoscenza contemporanei. In assenza di un coordinamento nazionale solido su questo tipo di attività, e di un indirizzo chiaro, le università sono spinte a colmare vuoti strutturali attraverso scelte di governance, investimenti infrastrutturali e processi di professionalizzazione che, pur producendo risultati significativi, restano intrinsecamente esposti a problemi di sostenibilità e di diseguaglianza sistemica. Il caso dell’Università degli Studi di Milano (sviluppatosi nel corso di oltre vent’anni) mostra come sia possibile costruire, nel tempo, forme istituzionali di apertura fondate sulla cura dell’informazione, sulla responsabilità valutativa e sulla trasmissione culturale finalizzata ad un cambiamento di paradigma. Ma mostra anche i limiti di un modello che affida a singoli attori locali il compito di riequilibrare rapporti di forza che si giocano su scala nazionale e globale, in particolare nel campo dell’editoria scientifica e delle infrastrutture informative. In questa prospettiva, la Open Science appare meno come una soluzione e più come una domanda aperta: quale ruolo può ancora svolgere lo Stato nella governance della conoscenza, senza ridurre la scienza ad attività ministeriale? In che misura l’università pubblica può farsi garante di beni comuni informativi senza essere ridotta a mera esecutrice di logiche esterne, europee o di mercato? E, soprattutto, quale idea di qualità scientifica intendiamo difendere in un sistema sempre più orientato alla misurazione e alla competizione? Interrogativi che non riguardano soltanto la comunità accademica, ma investono il rapporto tra sapere e democrazia. Ed è forse in questa tensione irrisolta – tra apertura proclamata e coordinamento mancante, tra autonomia istituzionale e responsabilità pubblica – che la Open Science rivela il suo significato più profondo: non come tecnica di gestione della ricerca, ma come terreno di conflitto e di scelta politica sul futuro della conoscenza come bene comune.
Public Policy, Open science
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