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L’azione censoria del regime si accentuò nel corso degli anni, conformandosi più alle frequenti circolari ministeriali in materia, che non a veri e propri provvedimenti legislativi. Si può dire anzi che, a partire dalla fine degli anni Venti e per buona parte degli anni Trenta, la censura libraria fascista si resse su provvedimenti amministrativi e non legislativi. Dunque non senza ambiguità normative e spazi di discrezionalità. Con il testo unico di pubblica sicurezza del novembre 1926, che andava esplicitamente a colpire ‒ con l’articolo 112 ‒ i libri avversi al regime, si aprì indubbiamente una pagina nuova nella storia della censura libraria in Italia, ma fino alla circolare Mussolini del 1934 gli editori conservarono ancora margini di autonomia all’interno dei quali poter compiere scelte non conformiste. Per indagare in dettaglio i diversi atteggiamenti assunti, nel corso del tempo, dagli editori ‒ spesso in risposta ai condizionamenti di volta in volta subiti ‒ è necessario fare riferimento ai loro carteggi con gli altri protagonisti dell’attività editoriale (direttori di collana, autori e traduttori). In questo modo è possibile aprire nuove prospettive di ricerca che dedichino maggiore attenzione ai processi sottesi alle pubblicazioni di singole opere. È quello che è stato fatto, qui, nel caso della collaborazione di Alessandro Schiavi con Giovanni Laterza e Benedetto Croce. Un impegno professionale e culturale che iniziò nel 1928 e terminò significativamente nel 1934-35, proprio in corrispondenza della già citata circolare Mussolini, e che è stato possibile ricostruire nei dettagli attraverso le numerose lettere scambiate dai tre.
censura libraria; fascismo; Alessandro Schiavi; Giovanni Laterza; Benedetto Croce
censura libraria; fascismo; Alessandro Schiavi; Giovanni Laterza; Benedetto Croce
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