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A differenza degli scritti ideologici del Dostoevskij-pubblicista, connotati da posizioni conservative o reazionarie, l’opera dell’artista-narratore è propriamente ‘rivoluzionaria’ sul piano tematico, diegetico, stilistico: la voce autoriale si scinde, lasciando ogni personaggio libero di esprimere. Nei monologhi dostoevskiani, gli schemi riflessivi paralogici trovano una loro perversa, ma intrinseca coerenza: il messaggio di ogni personaggio è paradossale poiché sospende il ‘principio di non contraddizione’, I quattro protagonisti dei monologhi polifonici dostoevskiani sono immagini riflesse di una stessa voce, anonima e teatralizzata, coerente agli stilemi espressivi del paradosso e dell’incongruenza. L’io-narrante non è definito da un Nome Proprio, ma da una tipologia che assurge ad antonomasia. Parallelamente, l’antagonista − che innesca la rêverie, la manipolazione, la rabbia e il senso di colpa − è priva di Nome, oppure ha un nome ‘comune’, stereotipato, un cliché. La figura-pretesto femminile non diviene mai un vero interlocutore, non partecipa a un dialogo paritetico, semplicemente subisce e supplica. Anche questo elemento è paradossale: il dialogo in Dostoevskij è solo intrapsichico, mai interpersonale. Pur prevalendo in ognuno dei protagonisti dei monologhi polifonici una specifica tipologia, tutti e quattro sono sognatori, infelici, reclusi, dispettosi e sadici, ma, in primis, sono ‘ridicoli’. Non a caso, l’ultimo di loro, l’antonomasia finale che suggella tutte le altre è l’«uomo ridicolo». È la ridicolaggine la sintesi delle diverse antonomasie, poiché è al tempo stesso causa ed effetto di sé stessa: temendo in modo patologico la propria ridicolaggine, si rende ancora più ridicolo. Tra tutte le tipologie antonomastiche, è la ridicolaggine il massimo de-nominatore comune dei monologhi, quella che ‘denomina’ (letteralmente) l’antieroe:
Dostoevskij, nomi propri, onomastica, personaggi
Dostoevskij, nomi propri, onomastica, personaggi
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