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Nel caleidoscopico quanto frastornante susseguirsi di immagini in cui si è accecati dalla dissuasione e portati continuamente a “vedere senza andare a vedere (...) percepire senza esserci veramente” sembra che uno scopo diffuso quanto reiterato sia quello di produrre un’arte e un progetto dell’amnesia, che attecchisce rapidamente nella stanchezza del quotidiano, per offrire con ammiccante rapidità proposte nuove ad ogni sorgere del sole. Perché dopo tutto perdere la memoria è un po’ come perdere la vita. Ed è più semplice e meno costoso, offrire un nuovo modello a tutti coloro che sono disattenti sulla difesa della propria identità. Dato che diversamente da quanto si crede e si pensa, forse erroneamente condizionati dalle mode del fare e del dire che infestano i modelli culturali e loro strumenti di diffusione, la qualità (del design, urbana e architettonica) fonda invece le sue radici di interesse in un diffuso ed articolato susseguirsi di segni, memorie, permanenze, storie e miti della cultura sociale e del territorio che non può prescindere dalla riconoscibilità e dal recupero di ciò che si è e che si è stati, si cerca di difendersi. Si mettono in atto degli stratagemmi per la sopravvivenza, esattamente come accade per alcune funzioni biologiche che si sono evolute nel tempo. Nessuno pensa a respirare come nessuno pensa a come ricordare, almeno di non essere sott’acqua, nel chiuso di una stanza con poche risorse gassose o sotto lo stress di un esame e nel confronto (piacevole, doloroso) con i propri ricordi e reminiscenze. Attribuire nomi alle cose o significati ai colori, ad esempio, è un’azione della memoria (e non solo della conoscenza) e quando si appiccicano i post-it si cerca di fare uso strategico di tale strumento. Si passa una vita a mettere etichette, direbbe uno degli abitanti del villaggio di Marquez, per tentare di salvare le memorie.
Colore; materia; architettura; percezione; tecnologie innovative
Colore; materia; architettura; percezione; tecnologie innovative
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