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Essa rappresenta, infatti un’importante tipologia edilizia che fa del proprio essere un frammento urbano, uno strumento di successo dello sviluppo urbano e delle strategie immobiliari di ogni città. Sempre più campo di sperimentazione e di reinterpretazione del progetto architettonico in un’ottica critica e di coerente lettura con il valore che questa tipologia può assumere nel paesaggio delle città, si intende estenderne il valore oltre la sua codificazione di “villa urbana”, comunque documentata, per farne un elemento progettualmente articolato, ricco di potenzialità interpretative, inneschi e suggestioni che ne fanno un importante “congegno” di articolazione del tessuto urbano. Dal ridisegno e dalla rilettura di recenti e passati progetti sarà possibile confrontare, in un ambiente digitale 2D e 3D, le scelte architettoniche di Piano, Botta, Gardella, Zucchi, Grassi, Galfetti, Libera, Vaccaro, Scarpa, Terragni, Baumschlager & Eberle, Moretti, Vacchini, Claus En Kaan, Purini e Thermes, Herzog & de Meuron, Carmassi, Nicolin, Ungers, Siza, Holl, Neutelings & Riedijk, Portoghesi, Gregotti, ecc. La dissoluzione dell’isolato urbano Storicamente l’edificio plurifamiliare isolato deriva dal processo di progressiva dissoluzione del concetto tradizionale di tessuto urbano, così come esso si è venuto a codificare durante lo sviluppo della città europea. Il tipo edilizio, generato originariamente per accorpamento di precedenti case a schiera secondo un processo spontaneo e capillare di ridensificazione degli aggregati edilizi della città, a partire dalla fine del XIX secolo ha mutato decisamente il proprio statuto. Dapprima venendo a configurare aggregati edilizi dotati di forte identità morfologica ed autonomia architettonica, le cosiddette “architetture a scala urbana”, in evidente posizione antagonista rispetto alla struttura di una città ancora articolata secondo i parametri della società medievale, di cui vengono a definire polarizzazioni fortemente “specializzate”; successivamente rivendicando la capacità di porsi in relazione diretta con lo spazio urbano prescindendo da una condivisa logica aggregativa, ancora presente nelle esperienze anticipatrici. Quest’ultimo passaggio, che matura al volgere del XX secolo è quello che determina le maggiori trasformazioni morfologiche del tema, che si traducono nell’esasperazione ipertrofica dei principi “tissurali” soggiacenti nella nozione di edificio pluriufamiliare. In questo modo, pur all’interno di una legittima aspirazione all’isolamento, si intende dimostrare la capacità dell’edificio di configurare lo spazio della città, secondo modi e tempi che variano in ragione delle diverse strategie di progettazione urbana che si avvicendano nel tempo. I paragrafi che seguono intendono ripercorrere la complessità del processo attraverso il quale la condizione di progressivo isolamento e reciproca dissociazione dei tipi edilizi originariamente aggregati legittima il consolidarsi di una modellistica urbana alternativa, quanto complementare, a quella pre-moderna.
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