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La massima di Edison sul talento, per l’un per cento genio e per il novantanove perspirazione, è stata rivisitata e raffinata nel tempo dalla ricerca scientifica, a favore di una formula che mette in campo altre variabili fondamentali, come la formazione1. Le imprese della knowledge economy, che cercano creatività e talenti per alimentare il proprio capitale umano lo hanno capito, almeno quelle che si sono messe in gioco, in modo più o meno diretto, in iniziative di formazione al progetto e all’innovazione. Se il beneficio derivante dall’acquisizione di conoscenza progettuale come servizio esterno o dall’attivazione di processi creativi all’interno dell’impresa è noto, e perseguito attraverso modelli ormai consolidati (ancorché circoscritti per lo più ad imprese di medio-grande dimensione), meno evidente, più sotterranea ed eterogenea, è l’attivazione a monte di meccanismi di fertilizzazione o incubazione della conoscenza progettuale, intervenendo o lasciandosi coinvolgere nel momento in cui si va formando nei futuri designer la capacità di generarla. I modi per praticare quest’azione maieutica sono meno codificati, anche se il lavoro di connessione portato avanti anno dopo anno dalle università che si occupano di design ha definito e aperto un ventaglio di possibilità, che possono essere praticate in modo sistematico e diffuso anche dalle piccole e medie imprese. Tra i modi per alimentare la capacità progettuale dell’impresa praticando il terreno della formazione al design, abbiamo individuato tre esempi di altrettanti approcci alla relazione con le università che formano i designer. Non ancora modelli, forse, ma casi utili ad una riflessione sul tema.
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