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Il filosofo Aristotele, nella Politica, afferma: «la parola è fatta per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto». Di fronte alle nefandezze del «secolo breve», così come Hobsbawm definisce il Novecento, il potere della parola acquista un valore fondamentale per poter giudicare quanto è accaduto. In modo particolare la lezione di Primo Levi, deportato ad Auschwitz sotto il nazifacismo e quella di Eugenio Corti, sottotenente del 35° corpo d’armata che partecipò alla ritirata di Russia, in modo simile e al contempo diverso, mostrano, con le loro opere letterarie, quanto la parola sia la risposta al potere totalitario: un contropotere all’ideologia nazista e comunista. Si vogliono quindi confrontare queste due esperienze mettendo in luce quanto la letteratura riesca a far crollare poteri egemonici basati sulla distruzione della persona e sul convincimento di un mondo svincolato dalle libertà di pensiero.
Primo Levi, Eugenio Corti
Primo Levi, Eugenio Corti
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