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La psicologia sociale “non banale” come qui viene intesa non si riferisce a qualcosa di originale o di “finalmente” innovativo. Il significato che viene attribuito al termine “banale” è quello avanzato da Heinz von Foester (1987). Lo studioso di cibernetica attribuisce l’aggettivo “banale” a quelle macchine «caratterizzate da una relazione uno-a-uno tra i loro input (stimoli, cause) e gli output (risposte, effetti). Questa relazione è determinata una volta per tutte, si tratta di un sistema deterministico; e poiché l’output osservabile una volta per un dato input resterà lo stesso anche in seguito, si tratta anche di una situazione prevedibile.» (p. 128, 1987). Se il “banale” è quindi da attribuirsi alle macchine (e a quell’insieme di azioni degli esseri umani che vanno nella direzione dell’aumento del grado di azioni e reazioni prevedibili, comportamenti pur indispensabile alle società umane – si v. il paragrafo dedicato al concetto di “ruolo”), in questo testo si cercherà di mostrare come l’interazione sociale sia costituita anche da azioni non sempre pronosticabili.
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