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La sensibilità contemporanea ci restituisce la vulnerabilità come dimensione costitutiva dell’esistenza. Una vulnerabilità comune a tutti, ma che emerge con più forza laddove il confronto con quella evidente, inscritta nel corpo del malato o del disabile, svela quella celata di chi vi si accosta. Vengono alla luce lo stupore per l’affinità di condizioni tanto diverse, i timori connessi alla scoperta della vicinanza, il bisogno di un gesto di cura che, acquisita la non facile consapevolezza della reciprocità, non sarà mai più unidirezionale. La relazione con l’altro, nella malattia e nella cura, come nell’amore, nella paternità-maternità, nella filialità, ha la primordialità, l’originarietà, l’assenza di modello dei vissuti pre-filosofici. “Epifania”: l’altro mi “visita” e mi “parla” dalla sua esteriorità in una forma che è, insieme, spoglia e carica di significato, fragile e resistente. La fragilità fisica coincide con la “resistenza etica”. Resistenza non di una forza, ma di una fragilità, “resistenza di quel che non ha resistenza”, che apre la dimensione stessa dell’infinito, dell’assolutamente Altro. Occorre curare l’attenzione, per riuscire a vedere e per provare a sentire gli spasmi e gli aneliti, i gemiti e i fremiti tra noi. Quelli della vita concreta: di quel bambino e di quella bambina, di quella donna e di quell’uomo, di quella persona anziana, di quell’uomo malato. Non evitando il contatto faccia a faccia con le persone e con gli eventi della vita. Occasione preziosa, si diceva, anche per formare noi stessi, per riconoscere chi siamo nel pulsare della vita.
Handicap;Corpo;Fragilità;Cura;Empatia
Handicap;Corpo;Fragilità;Cura;Empatia
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