
doi: 10.1400/91174
handle: 11577/1775517
Il contributo di Santo Peli prende le mosse dalla constatazione di un fatto finora ignorato dalla storiografia: le storie generali della Resistenza italiana, da quella ormai classica del Battaglia (1953), fino alla più accurata ed aggiornata sintesi pubblicata dallo stesso Santo Peli nel 2004, non hanno riservato alcuna specifica attenzione alla shoah. Ragionare intorno a questa importante “omissione”, comporta da parte dell’autore, accanto ad una rassegna delle ragioni strettamente storiografiche che la rendano comprensibile, la formulazione di una decisiva questione: come è stato possibile che due fenomeni coevi, che hanno in comune lo stesso nemico –la barbarie nazifascista e le sue politiche di sterminio e di segregazione- non abbiano nella concreta realtà storica trovato significativi punti di contatto e di interazione? La ricostruzione dei pochi episodi di collaborazione, nei quali nuclei partigiani intervengono, con più o meno successo, a liberare da campi di internamento gruppi di ebrei destinati alla deportazione, non fa che rendere ancora più evidente la sostanziale ignoranza dei vertici politico-militari della Resistenza riguardo alla pratica della persecuzione e dello sterminio perseguita dal sistema di occupazione nazista, aiutato incondizionatamente dal neofascismo italiano. Ignoranza che del resto non caratterizza solamente i protagonisti della guerra partigiana, ma le stesse vittime designate della Shoah e gran parte della società nazionale. Accanto a questo aspetto, vengono qui esaminate altre due importanti questioni: la prima è la diversa percezione della violenza, visibile ed esibita quella contro i partigiani, occultata e portata a termine in uno scenario lontano quella contro gli ebrei; la seconda è l’ignoranza che avvolge l’importante contributo dato da partigiani ebrei alla guerra partigiana.
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