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Il plebiscito “dei moderni”, nato contestualmente alle due grandi rivoluzioni di fine Settecento, innesca un cortocircuito di difficile soluzione: espressione diretta e immediata del popolo sovrano, da un lato, fonte di legittimazione di un potere di nuovo tipo dall’altro. Anche su questo terreno la Francia conferma la propria vocazione di laboratorio della modernità politica. Finalità istituzionali, modalità pratiche di svolgimento, retoriche dei proponenti, celebrazioni festive e cornici spettacolari, attestano tutte quante l’investimento rappresentativo, olistico e allo stesso tempo inclusivo, delle prime votazioni plebiscitarie dell’età moderna. Così come l’appropriazione bonapartista ne consacrerà il ruolo imprescindibile nella legittimazione dei nuovi sistemi politici di stampo autoritario. Il discorso sul plebiscito, Rousseau permettendo, va poi caricandosi di aspettative contrastanti. Benché accomunati da una medesima retorica nazionalistica, i partigiani del voto popolare si collocano su terreni assai diversi: dalle ambizioni egemoniche dei giacobini si passa ai tentativi dei due Bonaparte di strumentalizzazione del voto popolare, un progetto argomentato più all’ombra della Terza Repubblica che non sotto i due Imperi. Anche se il problema fu posto da Renan, il vero recupero del plebiscito in chiave democratica, come correttivo alle possibili derive del parlamentarismo, si avrà soltanto nella crisi che investe l’Europa negli anni trenta del Novecento: grazie a un lucido e calibrato intervento di Carré de Malberg.
Plebiscito; Sovranità popolare; Costituzionalismo; Autoritarismo
Plebiscito; Sovranità popolare; Costituzionalismo; Autoritarismo
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